Il cuore di Enzo Jannacci

Abitavo in Via Pasquale Sottocorno ed Enzo Jannacci aveva lo studio in Via Mameli. Sono due strade che si incrociano nella zona quasi centro di Milano.
Alla fine degli anni settanta avevo sette otto anni, e ricordo che domandavo a mia madre di uscire intorno alle due, perché a quell’ora, andando ai giardini di Corso Indipendenza, c’erano più probabilità di incontrare “quel signore con la Lambretta che canta”.

E infatti, spesso capitava l’occasione, e quando Jannacci si fermava al tabacchi sotto casa subito lo raggiungevo.
Era, per me bambino, uno diverso dagli altri, difficile spiegare. Aveva tempi e modi diversi del dire. Tempi e modi diversi del muovere il corpo. Uno strano simpatico, Jannacci. Gli ridevano gli occhi.

Nei primi anni ottanta invece, giocavo a calcio in una società che si chiamava Enotria in zona Crescenzago, e nel tardo pomeriggio appena finiti gli alleamenti Jannacci arrivava a prendere suo figlio Paolo. Si fermava ogni tanto con me e gli altri ragazzi a mangiare in quel baretto di legno. Panino con il salame. E vino. Rosso.

Poi, anni dopo, quelli di Aspettando Godot con Gaber, il sabato mattina andavo a correre in Viale Romagna e accadeva di incontrarlo mentre caricava il pianoforte in macchina per andare a lavorare. Io correndo gli gridavo “Enzo, son sciopà!!”, e lui, “fermati allora!!”.

E poi ancora nei primi anni novanta, siamo in “zona Guarda la fotografia” una sera d’inverno, con Milano tutta pioggia, lo vedo fermo in Viale Gran Sasso dentro ad una Fiat 127 amaranto … con la scatola di Tavernello. Da solo.
Oppure notte tarda, all’edicola di Porta Venezia a comperare il proibito.

E ancora a Chiaravalle per il funerale di Gaber in Chiesa con la moglie, aveva le spalle basse e guardava sempre la croce, attento. Nella stessa mia panca: che la pace sia con te e con il tuo Spirito.

Nel 2004 al Primo Festival Gaber a Viareggio, è stato bello lavorare sullo stesso palco mezz’ora prima di lui. Bello guardare il suo modo assolutamente libero, di provare, di prepararsi. Poco prima di salire in palco con la band che sta già suonando davanti a tremila persone … d’ un tratto sparisce … non si trova più … Paolo lo cerca … e lui, spuntando da dietro una pianta “ … arrivo, ‘speta un mument, non si può neanche andare in bagno!!!”

Negli ultimi anni molte volte a salutarlo al “Granga”, Ristorante Gran Galeone in via Fiamma. Una sera entro, e lo vedo con un occhio viola e il tovagliolone al collo come i bambini seduto con davanti un’aragosta intera.
Come sta Signor Enzo? “Come sto!? Stò con un’occhio viola!?”.

Un’altra volta gli dico che voglio scrivere un pezzo su Gesù e che mi sarebbe piaciuto parlarne con lui, risponde :“Guardi lasci stare Gesù, ho detto una frase sul Nazareno un paio d’anni fa e ci sono quelli di comunione e liberazione che continuano a chiamarmi che non mi mollano più, un rumpiment de ball che non ne posso più … no no, di Gesù non si parla”. Poi mi lascia il suo telefono e mi dice di chiamarlo quando voglio.

L’ultima occasione estate 2012. Sono in Viale Romagna in bicicletta, lo vedo che cammina pieno di dolore e accompagnato da una signora, intuisco, e mi fermo. Gli dico appassionato, Signor Enzo io volevo ringraziarla per quello che ha scritto, grazie per il modo in cui ha fatto il suo mestiere, grazie, per noi è stato molto importante ascoltare le sue canzoni, e osservare il suo modo. Grazie.
E lui “Ma non esagerare dai”.

Ieri il 4° anniversario della sua morte.
Mi domandavo: cosa ricorderò, oltre a tutto il suo lavoro? Cosa rimane in me di questi incontri?
Può apparire strano, ed è anche difficile spiegarlo, ma in questi incontri, io ho sempre avvertito Jannacci come un uomo profondamente spirituale. Un uomo in rapporto con la sua parte più profonda. Una parte si, stralunata e inspiegabile agli occhi di chi brama la norma. Però vera. Era lui. E ci dev’essere stato un momento nel quale, portandone poi sempre il peso, Jannacci ha scelto di abbracciare quei suoi modi e quei suoi tempi. “Strani”.
Ho sempre stimato tutta la sua Opera principalmente per questo.

E trovo che il suo lavoro nascesse sempre, o quasi, da questo abbracciare se stesso. Questo, a me sembra, gli ha consentito di essere originale. Libero. Senza posticci ideologici. Senza risi accattivanti o consumistici.
A differenza di come poteva apparire l’ho sempre avvertito attento. Presente, mentre ti era davanti e gli stavi parlando.
Interessato all’altro.

Di Jannacci ricorderò senz’altro la figura di un uomo che ha saputo tuffarsi nel fiume. E senza provare a nuotare. Si è lasciato fare. Pur di essere sé stesso.

Gli incontri con Fabrizio De André

L’incontro con Paolo Villaggio

Il cuore di Enzo Jannacci